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:: PRESENTAZIONI

:: PREMESSA

:: TRIBUTO A GABRIELLA

:: TESTI DELLE CANZONI

:: OMAGGIO A VICTOR CAVALLO

:: RINGRAZIAMENTI

 

PRESENTAZIONI

Cara Bianca, ho ascoltato il disco, mi è piaciuto, è serio, fatto bene, la voce bella e vera, insomma non gli manca proprio niente per essere un bel disco, pubblicato, credibile, piacevole, a testimonianza di esecuzioni serie e non distorte di un repertorio che è veramente bello e degno. Gli arrangiamenti sono fatti con molta intelligenza e buon gusto musicale, la voce giustissima e molto intonata, che non guasta mai. Bravi, avete fatto una bella cosa.
Giovanna Marini Monteporzio Catone, maggio 2004

Per essere romana, è romana, non ci piove. Una voce così caratterizzata che fin dalle prime note senti odore di muretti, lungoteveri e capperi fioriti sui muri. E poi il repertorio. Viva la faccia di chi ha il coraggio di rompere con i luoghi comuni! La nostra canzone romana, così mal trattata, così mal intesa e data per scontata e invece – per chi ha voglia, curiosità e intelligenza – si scopre così piena di storia e di racconti che vengono da dentro la città, come i canti di carcere e le canzoni più conosciute, o da fuori, dalla campagna romana. Bene ha fatto la Bandajorona a mischiare canzone tradizionale romana e canti popolari dei contadini. A Roma il canto popolare quotidiano era quello degli “stradaroli” e chi più stradarolo dei contadini e dei vinai che ogni giorno scendevano dai Castelli e dalle campagne per rifornire le osterie o per vendere i propri prodotti? E così, scendendo loro, scendevano i loro canti, i loro balli e si mischiavano con quelli del popolo povero di Roma. Che gioia sentire i canti “alla ‘uttera” o il saltarello insieme a “Barcarolo romano” o “La stringa”. Le sonorità della fisarmonica e del clarinetto, pur inusuali per questa tradizione, danno un colore a volte clownesco, a volte drammatico che non stona affatto con il genere romano. Seppure ancora non completamente distaccato dai modelli stilistici più consolidati, si sente un talento alla ricerca della propria personale collocazione nel panorama delle voci popolari. La grinta e la passione di Bianca trasudano da ogni nota. Un disco ben arrangiato, intelligente, piacevole.
Sara Modigliani
Gruppo “La Piazza”
Circolo Culturale Gianni Bosio,
Roma giugno 2004

Ho inviato il disco a Luisa De Santis, compagna d’arte di Gabriella Ferri negli anni d’esordio, che è una mia amica e un’appassionata di queste cose, ci siamo telefonate e lei mi ha donato queste sue impressioni.

Ci sono tante cose in questo disco che non conoscevo, anche se sono un’appassionata di musica popolare, non solo romana. Ho trovato che è una bella ricerca, interessante, ben fatta. Il disco mi è piaciuto, l’ho trovato una scelta originale, una maniera di cantare con personalità, con molta partecipazione. Mi è piaciuto l’insieme, tanto la ricerca che il canto, tutto il lavoro è interessante, bello l’arrangiamento, bravi i musicisti, il gruppo è molto in sintonia. La voce ha un modo appassionato, popolare, aperto, di cantare senza essere mai sofisticata; l’accompagnamento è raffinato, per esempio non finisce mai il cantante, ma sempre il gruppo che suona, non c’è mai l’acuto della voce che termina il brano. Bianca canta con semplicità, con una voce potente, una voce vera. Sono meno d’accordo sulla scelta di interpretare delle canzoni che erano dei cavalli di battaglia di Gabriella Ferri, la trovo meno interessante: penso che bisogna considerarle soprattutto un omaggio, un giusto omaggio, a colei che era la “regina delle regine”. Il disco è popolare e raffinato allo stesso tempo, lo considero il modo giusto di cantare le cose popolari.
Luisa De Santis Roma, 30/6/2004

 

PREMESSA

Chi nasce a Roma… resta inevitabilmente permeato dallo spirito della sua città. Uno spirito che nel tempo si è espresso con mille modalità e con scenografie differenti: dalle mura dipinte delle osterie alle celle delle carceri cittadine, dai luoghi del turismo più becero ai palazzi di borgata, dai teatri risorti ai tinelli piccolo-borghesi. Epoche diverse, contesti e contenuti differenti, un popolo in continua trasformazione, che sa inglobare il diverso e mantenersi sé stesso: questo è il magma da cui emergono canti, melodie, “fattacci” narrati come gesta epiche, prese in giro del potere, canzoni romantiche e piene di nostalgia per qualcosa che, irrimediabilmente, va fuggendo. Un viaggio nella musica e nelle storie d'amore, carcere e coltello, espresso con la vena sanguigna e romantica della città di Roma. Una ricerca accurata, una messa in gioco musicale e recitativa per voce, fisarmonica, clarinetto e contrabbasso, un ancestro ottocentesco di osterie e "passatella", gioco di vino e coltelli.

Anno di grazia 2001, luglio afoso a Roma. Festa De’ Noantri, a Trastevere. Quello che una volta era una delle feste più importanti e significative è ora una strana mescolanza di musica amplificata, turisti stranieri, famigliole a passeggio, coppiette di innamorati, ciascuno brandendo vino in bicchieri di plastica, birre di importazione, mostruosi panini con la porchetta, zucchero filato, spianate immense di pizza al taglio. Traffico su viale Trastevere, transenne, divieti semoventi, vigili che chiacchierano a stormi di quattro o cinque, tassinari imbufaliti e tassinari trasognati, statue silenti e un po’ imbarazzate, bambini che fanno pipì sotto le fontane delle statue, e così via.

In mezzo a questo caos, due strani individui si aggirano per le piazze invase dalla Festa: una coppia, lui maneggia una fisarmonica, ha i mustacchi come il Belli che lo guarda intenerito, lei ha una lunga gonna bianca, muove le labbra, agita le braccia, sembra cantare, ma il grande chiasso impedisce di percepire alcunché. Si spostano, camminano, sostano, si crea un improvviso capannello di gente, che ride, strilla, canta tutta insieme un ritornello antico……qualche foto, poi il crocchio si sposta più in là, perché la bancarella più vicina ha un impianto stereo così poderoso che neanche il barrito degli elefanti di Annibale potrebbe superarlo. Comincia così l’avventura di una strana razza di cantori, individui che si possono incontrare esattamente con la stessa probabilità in una biblioteca a fare ricerca etnomusicale, in un’osteria a dirigere il coro degli ubriachi, in mezzo ad una strada a ricevere l’ennesima secchiata d’acqua gelata dalla finestra del secondo piano, l’ennesima rosa da quella del terzo. Li si può incontrare a Roma, a Milano, a Bologna…..Si fanno un vanto di raccontare storie, sonore e non, storie antiche, con parole in disuso, con musiche possibilmente non d’autore, scavando e scavando nell’immaginario sonoro degli inquilini presenti e passati della grande Urbs, e intanto indagano per capire chi sono questi inquilini, che vuol dire essere un romano oggi, chi ha raccontato la città da Balzani in poi, dove si è rifugiato quel vecchio facondo spirito di Roma, Petrolini-la Ferri-la Magnani-Aldo Fabrizi-Alvaro Amici-ed anche, nella loro dignità, Claudio Villa-Lando Fiorini-Franco Califano…. Quanti altri nomi…quante poesie, quanti sonetti, quante cantate a dispetto, quanti litri di buon vino nelle vene dei nostri nonni, artigiani, operai, pittori di carrozze, per i quali l’osteria diventava luogo di incontri, di amicizie e di odi feroci, di amori e di discussione politica, massimamente anticlericale, tranne poi raccomandarsi alla Madonna con veemenza quando ve ne fosse il bisogno...

Da quella formazione, tanta acqua (del Tevere) è passata sotto i ponti...

 

TRIBUTO A GABRIELLA

...certi canti, siano essi arabi, gitani, sudamericani, napoletani, romani, hanno tutti una comune matrice, sanguigna popolare, con l’obbligo del gorgheggio, con la quasi necessità di voci poco limpide, violente e dolci, usate sempre entro certi giri melodici come fosse un unico canto. Al limite (e rischio grosso nel dirlo) anche il blues in alcune occasioni si unisce a questa simbolica famiglia musicale. Sto esagerando? E’ possibile. Infatti il mio non è un discorso musicalmente colto. La mia è una certezza del tutto emozionale ma credo però che una cantante debba poter cantare tutto ciò che ama davvero.
Da “Remedios” 1974 - RCA - Gabriella Ferri

 

TESTI DELLE CANZONI

Strumento prezioso per iniziare la nostra ricerca musicale è stato il “Canzoniere della malavita romana. Stornelli, canzoni e storie”, trascritti e annotati da Anton Giulio Perugini, edito da Nuovo Almanacco – Editoria Musicale e Libraria, Roma, 1995, di cui si auspica una futura ristampa. (Nel testo è citato come Canz. Mal. Rom.)

1 – ACCUSATO A TRADIMENTO (1913 - Tradizionale / Trascrizione A. G. Perugini)
[“Tipico canto della malavita del rione Ponte. Vi si parla infatti del “ponticello” vale a dire del ponte di legno che esisteva ancora nei primi anni del novecento tra la Lungara e San Giovanni dei Fiorentini ove si pagava il pedaggio di un soldino. Il caffe di Santa Lucia ricordato nel canto era all’angolo di via del Malpasso, presso la Chiesa di Santa Lucia del Gonfalone ai Banchi Vecchi.” G. Micheli, in “Antologia cronologica delle canzoni di Roma – ROMANA” – Ricordi 1999, d’ora in poi Ant. Canz. Rom.]

Passeggianno sur ponticello
che conduce a casa mia
ar Caffè de Santa Lucia
viè la squadra che m’arestò.

A accusamme fu un vero amico
che de nome se chiamava Piero
io credevo ch’era sincero
era lui che m’accusò.

M’accusò d’un gran delitto
per rapirmi la mia bella
se riesco da ‘sta cella
la vendetta io mi farò.

La vendetta è sacrosanta
co’ tre corpi de pugnale
io lo manno all’ospedale
sò sicuro nun riesce più.

E voi pure che l’appoggiate
l’avete intesa la mia esistenza
io ve lo giuro sulla mia innocenza
che quand’esco l’ammazzerò.

Secondino, fammi un favore
portami inchiostro, carta e penna
vojo scrive alla mia bbella
si ‘na vorta me viè a trovà.

2 - ALLA LUNGARA * (L. Giansanti)
[“I canti romani del carcere non si possono considerare una “cultura subalterna”, ma attraverso la loro evoluzione hanno acquistato la dignità e il valore di documento storico e hanno anche maturato una loro precisa valenza artistica”. B. Rossetti, Canz. Mal. Rom.]

Dentro a ste mura indove er carcinaccio
pare impastato de sospiri e pene,
me sento gelà er sangue ne le vene
quanno sento lo scrocchio ar catenaccio.

Qui m’hanno cancellato li penzieri
ricordi che se smorzeno co’ niente,
se ner silenzio libero la mente,
sento li passi de li carcerieri.

Qui a la Lungara,
nell’ombra appiccicata su ste mura
se sente appena er battito der còre,
ma er tempo se ne scorda e batte l’ore.

Qui a la Lungara,
quanno che viè er silenzio de la sera,
l’anima strilla senza fa’ rumore
come ‘na fronna, poi se storce e more.

La libertà è un gabbiano sopra ar mare
che se diverte a navigà ner vento
e l’ale je diventeno d’argento
quando ch’er sole l’empie de calore.

Pupetta mia papà nun cià più l’ale,
te lo promette e nun ritorna mai,
sei ‘na pupetta e ancora nu’ lo sai
ma ste promesse poi me fanno male.

* Via della Lungara, dove si trova il carcere di Regina Coeli.

3 - TANTO PE’ CANTÁ (E. Petrolini)
[ “Ieri sono andato in un cantiere, non cantava nessuno.” Fantasista, chansonnier, uomo di teatro, macchiettista ma soprattutto istrione capace di attirare a teatro migliaia di spettatori, Ettore Petrolini (nato a Roma nel 1886 e morto nel 1936), è considerato uno dei padri della comicità italiana, e in particolare di un certo umorismo sospeso tra il grottesco e il nonsense, ma non privo di una certa acida satira dei tipi umani che circolavano negli anni del fascismo. In tutto ciò non vanno dimenticate le sue canzoni, tra cui, oltre a “Tanto pè cantà”: “Nannì”, “Ma cos’è questa crisi?”, “Gastone”, “I salamini”. “Non sapevo fare nulla: facevo il romano, e fare il romano era la mia passione. A Nizza, Parigi, all'Avana, al Messico, a New York, Buenos Aires, a Rio de Janeiro e nell’interno del Brasile, parlavo romano; cantavo li stornelli che nissuno, magari, li capiva, ma tutti li applaudivano. Un bel fenomeno. Allora mi convinsi che nascere romano era una concessione speciale di Nostro Signore Gesù Cristo.”]

Pe’ fa’ la vita meno amara
me so’ comprato ‘sta chitara
e quanno er sole scenne e more
me sento ‘n core cantatore...

La voce è poca ma ‘ntonata
nun serve a fa’ ‘na serenata
ma solamente a fa’ ‘n maniera
de famme ‘n sogno a prima sera...

Tanto pe’ cantà
perché me sento un friccico ner core,
tanto pe’ sognà
perché ner petto me ce naschi un fiore:
fiore de lillà
che m’ariporti verso er primo amore
che sospirava le canzoni mie
e m’arincojoniva de bugie!

Canzoni belle e appassionate
che Roma mia m’aricordate,
cantate solo pe’ dispetto
ma co’ ‘na smania drento ar petto

Io nun ve canto a voce piena
ma dentro l’anima è serena
e quanno er cielo se scolora
de me nessuno se ‘nnamora...

Tanto pe’ cantà
perché me sento un friccico ner core,
tanto pe’ sognà
perché ner petto me ce naschi un fiore:
fiore de lillà
che m’ariporti verso er primo amore
che sospirava le canzoni mie
e m’arincojoniva de bugie!

4 - LA STRINGA (Tradizionale / Trascrizione A. G. Perugini)
[In Ant. Canz. Rom. Giuseppe Micheli riporta: “Così canta un disperato amante che nella tristezza della sua prigione rievoca le bellezze della donna amata. E’ uno dei primi strambotti, o villanelle, o arie alla romana, che si incontrano in un codice del Cinquecento dove sono raccolte altre canzoni romane a varie voci, com’era nell’uso del tempo.” Invece in Canz. Mal. Rom.: “Canzone popolare romana ottocentesca con chiare influenze campane, segnalata e cantata da Riccardo Masi a Roma (1988).”]

E levate la stringa da lo petto
e fammele mirà que le viole,
e lassa stare er paradiso aperto
dove la luna se leva cor sole.

Er sol se leva e la luna se posa
daje la bona sera a que la rosa,
daje la bona sera e il buon dormire
chi usa falsità possi morire.

Possi morire e fa’ la mala morte
o sta’ ‘n prigione e fa’ la malasorte,
possi morire e fa’ la mala morte,
o sta’ ‘n prigione e fa’ la malasorte.

5 - ER BOVE ROSSELLO (tradizionale)
[Questo è un bellissimo esempio di canto contadino che accompagna l’aratura, caratterizzato da un contenuto di protesta sociale dal forte impatto. Raccolto da Graziella Di Prospero a Sezze, informatore Ignazio Ceccano, e a Norma, informatore Ettore Riva.]

Tengo ‘no bove se chiamma Rosello
se l’è ‘mbarata l’ora di staccare
e quando il sole è giunto ar Monticello
caro Rosello nun vò più arare.

Ara Rosello mio, ara Rosello
‘n’ata votata¹ la vogliamo dare
ca il nostro padrone è poverello
poi ci darà da bere e da mangiare

Caro padrone co’ ‘sta camicia bianga
ca Ddio te pozza dà la vita longa
che a magnà e bbeve c’hai la faccia franga²
ma a lavorà ce l’hai la vita cionga³

E lo padrone mio è ‘nu lione
che de fatica nun se sazzia mmai
tiè sembre quella stessa openione
de fa’ cento vutate a la jurnata

E la matina e sera co’ le stelle
questo padrone ci leva la pelle
questo padrone ci leva la pelle
la stende pe’ le fratte4 e poi la vende.

¹ voltata: giro d’aratro
² sfrontata
³ sciancata
4 cespugli

6 - ER BARCAROLO (1926 – P. Pizzicaria / R. Balzani)
[“Fiorivano in tempi non troppo remoti figure singolari che rappresentavano una singolare umanità, tra cui spiccavano i “capannari”, ossia i proprietari di capanne sul fiume, utilizzate dai bagnanti, i “barcaroli”, che trasportavano in barca persone e merci, ed i “fiumaroli”, persone che vivevano sul fiume, dal quale, con lavori diversi, traevano sostentamento.” L. Prinzi. Avevamo deciso di evitare la musica di inizio novecento, che si rifà in forma colta alla tradizione popolare ottocentesca a cui cerchiamo di fare costante riferimento. Ci siamo invece imbattuti in una canzone che non è solo un simbolo, ma scatena un momento di coesione emotiva che va al di là della valenza della canzone stessa e del senso di cosiddetta “romanità”:… quando qualcuno si alza nella sala e grida “Fate er barcarolo!”, si crea una atmosfera collettiva di grande partecipazione emotiva. Però paradossalmente…anche se tutti i romani la cantano nella culla, quasi nessuno ne conosce il testo oltre la prima strofa!]

Quanta pena stasera
c’è sur fiume che fiotta così
disgraziato chi sogna e chi spera
tutti ar monno dovemo soffrì.
Si c’è n’anima che cerca la pace
pò trovalla sortanto che qui...

Er barcarolo va controcorente
e quanno canta l’eco s’arisente
si è vero, fiume, che tu dai la pace
fiume affatato fajela trovà...

Più d’un mese è passato
che ‘na sera je dissi: “Nine’...
quest’amore è oramai tramontato”
lei rispose: “Lo vedo da me..”
Sospirò, poi me disse: “Addio amore...
io però nun me scordo de te!”

Je corsi appresso ma nun l’arivai
la cerco ancora e nun la trovo mai
si è vero, fiume, che tu dai la pace
fiume affatato fajela trovà...

Proprio in fondo ar battello
s’ode un grido ed un tonfo più ‘n là
s’ariggira che fa ‘n mulinello
poi va sotto e riassomma più ‘n là
“Voga, presto, è ‘na donna affogata
poveraccia, penava, chissà…”

La luna da lassù fa capoccella
rischiara er viso de Ninetta bella
cercava pace e io je l'ho negata...
fiume bojaccia je l’hai data tu!!

7 - O LIMA SORDA (Tradizionale / Trascrizione A. G. Perugini)
[Di particolare interesse in questo brano è la strofa sulla “palombella”: questo tema si riscontra più o meno simile in contesti popolari geograficamente differenti. Ciò sottolinea la grande forza di diffusione di alcuni temi e melodie tramite la sola tradizione orale.]

O lima sorda, m’hai limato er core
a poco a poco consumato l’hai.
Vedi? ‘Sta faccia nun cià più colore
queste so’ tutte pene che me dai.
Pietro, pe’ carità chiudi le porte
e in cielo nun fa entrà chi fa la spia
chi fa la spia è condannato a morte.
Pietro! Pe’ carità chiudi le porte.

Palomba, che per l’aria vai a volare
ferma che vojo ditte du’ parole:
vojo cavà ‘na penna alle tue ale,
vojo scrive ‘na lettra a lo mio amore.
Tutta de sangue la voglio stampare,
pe’ sigillo ce metto lo mio core
e finita de scrive e sigillare,
palomba, portacella allo mio amore

E se la troverai a riposare,
o palomba, riposate tu pure.

8 – SEMPRE (M. Castellacci / F. Pisano)
[La canzone romanesca ha subito da lei riletture originali e talvolta sperimentali: Gabriella Ferri ha fatto storia a sé, occupando, nel mondo dello spettacolo, un posto importante ed isolato, poiché non ha avuto e non ha - non potrebbe averne - epigoni od imitatori. Interprete di provocatori stornelli, liriche d'autore, appassionate ballate d'amore ha rappresentato un personaggio singolare tra gli eventi ed i fenomeni, non solo della canzone romana popolare, ma del panorama musicale italiano. “Canzoni che frantumava e ricomponeva, soffrendole, individuando talvolta la gioia dove c’era la malinconia, ma più spesso scoprendo l’amarezza o il dolore nascosti fra le pieghe di versi apparentemente comici. Una scelta di riscatto e di restituzione del decoro alla migliore musica popolare italiana che l’avrebbe coinvolta anche emozionalmente fino a farle vivere la professione come una fatica esagerata e a farla lasciare anzitempo.” Gianni Minà, Il Manifesto, aprile 2004. L’interpretazione di BandaJorona vuole essere un omaggio a una grande artista.]

Ognuno ha tanta storia
tante facce nella memoria
tanto di tutto, tanto di gnente
le parole di tanta gente.

Tanto buio, tanto colore
tanta noia, tanto amore
tante sciocchezze, tante passioni
tanto silenzio, tante canzoni.

Anche tu così presente
così solo nella mia mente
tu che sempre m’amerai
tu che giuri e giuro anch’io
anche tu amore mio
così certo e così bello.

Anche tu diventerai
come un vecchio ritornello
che nessuno canta più
come un vecchio ritornello.

Sempre...

Anche tu diventerai
come un vecchio ritornello
che nessuno canta più
come un vecchio ritornello
che nessuno canta più.

Ognuno ha tanta storia
tante facce nella memoria
tanto di tutto, tanto di gnente
le parole di tanta gente.

Anche tu così presente
così solo nella mia mente
tu che sempre mi amerai
tu che giuri e giuro anch’io
anche tu amore mio
così certo e così bello

Anche tu diventerai
come un vecchio ritornello
che nessuno canta più
come un vecchio ritornello
che nessuno canta più.

9 - LA PIZZA CALLA CALLA¹ (Morirai senz’assaggialla) (Tradizionale)
[Il saltarello era diffuso in tutta Europa: in Italia la forma popolare ha attecchito, in modo particolare, nelle regioni dell'Italia centrale. Qui si è trasformato, da danza di corte, in un vero e proprio ballo di corteggiamento, con movimenti relativamente semplici. I salti, che inizialmente erano una caratteristica fondamentale del ballo nella sua versione contadina, con il tempo sono scomparsi. La musica è sempre vivace ed allegra: il ritmo è scandito da vari strumenti, fra cui immancabile il tamburello. In tempi recenti, nelle aree geografiche dove si è mantenuta viva la tradizione di questo ballo, strumento principale è diventata la fisarmonica. Visti i doppi sensi che farciscono questo testo, rimandiamo a tutta la vostra malizia per interpretarli!]

E lo mio amore se chiamma Francisco
lo tengo rinserrato dint’a ‘no fiasco
lo tengo rinserrato dint’a ‘no fiasco
così l’estate si mantina frisco

‘Nnai ‘nnai ‘nnai, chi la tene ‘a pozza fa’
ne pozza fa’ cinguanta e poi se pozza stummacà
‘nlessa ‘nlessa ‘nlessa, quattr’a mammeta, cinqu’a essa
e si essa nun s’accorgia quattr’a mammeta e cinqu’a soreta
tululalla tululalla, morirai senz’assaggialla

Ma ghe, ma ghe, ma ghe...
la pizza cor zibibbo calla calla
ammassata² co’ le mani della mia bella
‘nnai ‘nnai ‘nnai, zompa de fossa e passa de qqua
si te rompi la noce del collo jamme da me che te la ’ncollo

Mamma mamma
nun me lu dà lo sbirro ch’è vergogna
nun me lu dà lo sbirro ch’è vergogna
damme ‘no bruttaretto de campagna

‘Nnai ‘nnai ‘nnai, chi la tene ’a pozza fa’
ne pozza fa’ cinguanta e poi se pozza stummacà
‘nlessa ‘nlessa ‘nlessa, quattr’a mammeta, cinqu’a essa
e se essa nun s’accorgia quattr’a mammeta e cinqu‘a soreta
tululalla tululalla, morirai senz’assaggialla

Mamma mamma
nun me lo dice più lavora fija
nun me lo dice più lavora fija
che ppiù lavoro e ppiù so’ poverella

‘Nnai ‘nnai ‘nnai, chi la tene ’a pozza fa’
ne pozza fa’ cinguanta e poi se pozza stummacà
‘nlessa ‘nlessa ‘nlessa, quattr’a mammeta, cinqu’a essa
e se essa nun s’accorgia quattr’a mammeta e cinqu‘a soreta
tululalla tululalla, morirai senz’assaggialla

Ma ghe, ma ghe, ma ghe...
la pizza cor zibibbo calla calla
ammassata co’ le mani della mia bella
‘nnai ‘nnai ‘nnai, zompa de fossa e passa de qqua
si te rompi la noce del collo jamme da me che te la ’ncollo

E lo mio amore se chiamma se chiamma
nun ve lo pozzo dì ca me se sciupa
nun ve lo pozzo dì ca me se sciupa...
...se chiamma Gersomin de Bella Rama.

1 in alcune regioni per “pizza” si intende anche una torta, un ciambellone…qui si parla perfino di uva passa!
² impastata

10 - A TOCCHI, A TOCCHI, LA CAMPANA SONA (Tradizionale / Trascrizione A. G. Perugini)
[“Una fra le più note canzoni popolari romane che si vuol far risalire al secolo XVI per quel riferimento alle scorrerie dei turchi. (Canz. Mal. Rom.)”, in realtà pirati saraceni, chiamati a Roma “barbareschi”. Nell’ambito della malavita romana veniva cantata dal “palo” per segnalare l’arrivo degli sbirri. La nostra esecuzione ricorda la modalità di comunicazione tra carcerati e familiari, così come si faceva fino a pochissimo tempo fa dal Gianicolo verso il carcere di Regina Coeli. Diversi i doppi sensi, come la frase sulle scarpe risuolate: “ho regolato i conti con chi ha fatto la spiata”.]

A tocchi, a tocchi, la campana sona:
li turchi so’ arivati a la marina
chi cià le scarpe rotte l’arisola,
le mie l’ho arisolate stamatina.

Come te posso amà?
Come te posso amà?
Si esco da ‘sti cancelli
quarchiduno me l’ha da pagà.

Amore, amore, manname un saluto;
sto drento a San Michele¹ carcerato
me sento come n’arbero caduto,
da amichi e da parenti abbandonato.

Come te posso amà?
Come te posso amà?
Si esco da ‘sti cancelli
quarchiduno me l’ha da pagà.

E si de’ sfortunati stanno ar monno,
uno de quelli me posso chiamare
butto ‘na paja² a mare e me va a fonno,
all’antri³ vedo er ferro galleggiare.

Come te posso amà?
Come te posso amà?
Si esco da ‘sti cancelli
quarchiduno me l’ha da pagà.

¹ San Michele a Ripa Grande, ai romani noto soprattutto come Carcere Minorile, in attività fino al 1972
² pagliuzza
³ agli altri

11 – CASERIO (16 agosto) (P. Cini / Melodia tradizionale)
[Le sestine di Pietro Cini, su un motivo musicale popolare, rievocano la storia di Sante Caserio che, entrato giovanissimo tra le fila degli anarchici milanesi ed emigrato in Francia, attuò il progetto di uccidere il massimo rappresentante dell'autorità politica: il presidente francese Sadi Carnot, un despota dell'epoca. Immediatamente catturato, venne processato e ghigliottinato il 16 di agosto del 1894 sulla pubblica piazza della città di Lione, all'età di appena ventuno anni. Conosciuta su tutto il territorio italiano, ne riportiamo qui una nota versione romanesca.]

Er sedici de agosto sul far della mattina
er boia avea disposto orrenda ghigliottina
mentre Caserio dormiva ancor
e non pensava al triste orror.

Entrò nella sua cella er giudice prefetto
con voce d’emozione svejando er giovanetto
e lui svejandosi: “Cosa c’è?”
“E’ giunta l’ora, alzati in piè.”

“Prego signor prefetto prima che io morto
sia vi do questo biglietto, datelo a mamma mia.”
“Tu sta’ tranquillo che lei l’avrà”.
“M’ariccomanno, pe’ carità!”.

Spettacolo di gioia la folla manifesta
gridando: "Evviva er boia!” che gli troncò la testa
gente tiranna e senza cuor
disprezza e irride l'altrui dolor.

Povero figlio mio sei stato sfortunato
er sedici de agosto sei stato giustiziato
mentre Caserio sta sempre là...
fiaccola ardente di libertà,
mentre Caserio sta sempre là...
fiaccola ardente di libertà!

 

OMAGGIO A VICTOR CAVALLO

Si chiamava Vittorio Vitolo, in arte Victor Cavallo, nato a Roma nel maggio 1947 alla Garbatella, se n’è andato nel gennaio 2000 dopo essere stato completamente e impeccabilmente poeta, attore di teatro e di cinema, romanista, estremista “anarco-sorco-situazionista”. Una faccia della quale non potevi fare a meno. Cavallo aveva esordito nei primissimi anni ’70 nell’ambiente del teatro Off capitolino. Poi il cinema, piccole parti da caratterista ma spesso in opere dirette da registi di primo piano, da Bernardo Bertolucci (La tragedia di un uomo ridicolo), passando per Peter del Monte, Francesco Nuti, Luciano Manuzzi (ne I pavoni), fino a Stanno tutti bene di Giuseppe Tornatore e Pasolini, un delitto italiano di Marco Tullio Giordana. Tra le sue ultime apparizioni Estate Romana di Matteo Garrone. Una certa popolarità, conquistata attraverso una presenza magari marginale ma costante su grande e piccolo schermo, in alcune fiction TV di successo tra cui vanno ricordate almeno La Piovra e Ultimo. Ha scritto per tutta la vita poesie diari soggetti racconti, tenendoli sempre lontani dai ‘riflettori’. Una prosa poetica “in presa diretta” che è immagine cinematografica, è movimento teatrale, è strada. In parte ora sono stati pubblicati per Stampa Alternativa nell’antologia “Ecchime. Antologia Sinfonia”, 2003. Cavallo reinventa il dialetto romanesco. Viene da pensare a Gadda, ma l’ingegnere milanese, fece un’operazione alta e colta mentre l’autore di Ecchime sfonda la lingua romana da nomade. Questa è la novità.
Per approfondire: www.activitaly.it/victor/ecchime/ecchime.htm

Fase 4 scena Uno
ITEM 3

Ero solo sui tapis roulants che portano alla stazione Ostiense a piazzale dei partigiani un tempo una giornata particolare piazzale Hitler. Qualche mese fa qui hanno accoltellato uno scellerato barbone. Vestiti e spiccioli. Prima anche vendevano sigarette monopol e la notte attorno al bar i tassinari falsi giocano a zecchinetta. Ero proprio solo e intorno i colori ai muri lo scorrere lento l'odore di immobilità. Era tutto diritto e grigiastro come una divisa sporca, tutto dritto, invece era una curva di solitudine sociale. Se ne veniva fuori persino. Mentre pioveva e i nomi delle strade erano sempre più assurdi e una fogna immensa impediva d'arrivare al giornalaio e il bar di fronte puzzava di paglia bagnata che era poi la stessa puzza dei tramezzini. Come pioveva. Un mio amico quando è così dice "tempo da poeti" ma no era di più e di meno insieme come sempre quando qualcosa sembra. E' arrivato un romano zoppo e vivace come un ragazzino, io ero seduto sotto la pioggia che diventava gnagnarella e bagnava il messaggero, il giornale.

Dice ma tu nun sei piripì piripé e così e cosà nun t'aricordi quella vorta ar fico ecc. Si chiamava Roberto e diceva soprattutto questo io bevo e pippo la donna m'ha lasciato e quando qualcuno tradisce una volta tradisce sempre. Vuoi una sigaretta cubana me l'ha data una bella fica che te bevi? Damme un consiglio. Lentamente smosciava la pioggia che invece prima aveva ripreso a bestia. Lentamente veniva fuori un grigio come da sotto le ascelle degli sfortunati, intendo un camminare che senza che me ne accorgessi diventava malignamente ancora una volta tapis roulante. Il premio era un avocado duro e stasera che faccio e una voragine che faceva scomparire ogni cosa, per dire certo, perché la stazione dei treni era lì, ferma, col suo orologio fermo, poetico, rotto. Qualcuno s'era alzato di colpo dalla panchina e gridava: se fosse solitudine se fosse solitudine. Allora? C'era uno lì seduto il padrone di un kioskobar e presidente dei pastai e capo dei commercianti e non so che cazzo altro io scherzavo che dicevo che era il capo di tutto, grasso, bei giubbotti, un motorino nuovo a settimana, romanista e mi urlava: ma che cazzo vonno sti laziali. Io sorridevo come un guidabus che dimentica la strada. Già lui era a capo di una association credo di nome XXX e chiacchieravamo spesso insieme di calcio e dei vecchi quartieri, lì c'era quello, lì c'era questo. Sapeva tutto e inoltre al tavolino non mi faceva pagare la differenza.

La moglie sempre in grembiule celeste. Lui viene e va, telefonina, firma assegni cambiali non lo so. E' un kiosko vicino alla curva del tram numero trenta, lì gira piano e si riposa al capolinea come un tonno ubriaco, come me. Per essere così, sia come curva che come tonno ci vuole qualche morto alle spalle, davanti cioè Mi disse: non si possono scegliere sempre le strade che vuoi d'un tratto sei a collatino e sei a collatino poi a tiburtino poi a casilino poi sulla tuscolana a piazza irnerio alla piramide al baretto ti sembra disse d'essere come al centro di una rosa (era un mercatino dove vendevano scatarri e marlboro cattive) invece l'indirizzo se cerchi scaldabagni usati o il pullman per velletri il bus per lo stadio la salita verso la farmacia la discesa per il tabaccai l'infinita tremolante pianura di via palmiro togliatti l'osteriola da puppo anche se vuoi andare non so cazzo dove tipo cacciatore di nuvole (ebbene ebbene l'incalzavo io allora insomma in finale che? che la geografia é più o meno crudele della storia matematica biologia scarpe di lusso padiglione maxifaccillo trapani disastri sfratti città senza mura) disse non vorrei essere subculturalmente pomeridiano, ma sei in un luogo e vai in un luogo. E' un'illusione cretina essere ansiosi per felicità, essere cattivi è meglio, rinunciare ai saluti, stare da soli come i gatti contropelo, visto e vidimato che ogni luogo é luogo, non scherzo più. Cazzo.

Dalla finestra intesi una ragazza che chiamava Maurizio e come se niente fosse m'ero comprato una scatola di riso con sopra disegnata una bella mondina. Stasera all'olimpico gioca la Roma e lei disse se continui a fantasticare tournee in finlandia ti stacco le palle. Rideva e aveva gli occhi come i fuochi d'artificio finali. No. Non scherzo più. Né piattole giganti né bruscolini rosa. Correrò scosso il palio ascolterò zucchine foglie e radio solo musica italiana. Mi disse che il mio era un rocchettone destinato a mai sciogliersi. Non domani é un altro giorno oggi é un altro giorno. Le dissi si. Le vedevo diventare sempre più vane le littles illusioni quotidiane le cupole il giornale i calmanti gli eccitanti le voci lontane come se m'amassero di più perché non c'ero più. Di notte d'improvviso mi cucinai riso e zucchine. Sapevo di scendere e salire dimenticare e ricordare e possedevo un serramanico terribile (io un passeretto)...
(estratto dal libro “Ecchime. Antologia Sinfonia” Stampa Alternativa 2003)

 

RINGRAZIAMENTI

Ringraziamo: Ludovica Valori per la sua preziosa arte grafica, Alessandro Viganò per la disponibilità a tutto tondo, Armando Illario per il fondamentale contributo anche in situazioni limite, Luca De Marinis per la capacità di sopportazione oltre ogni limite, Ivan della Mea, Giovanna Marini, Sara Modigliani e Luisa De Santis per i consigli e l’entusiasmo, Claudio Cremonesi per la carica artistica, Nicoletta Basilico e la famiglia Giovannini per il supporto, Andrea Calenne per “la romananza che dobbiamo tenere viva a forza de osterie...”, Marco Magistrali, Federica Vecchiarelli, Marina Ricciardelli, Fabio Roccabella per quando cantava “Pupo biondo”, Luca Vitali per averci creduto, Vladimir Denissenkov, l’Arci Metromondo di Milano, il Cippirimerlo di Milano, la Cascina Autogestita Torchiera Senzacqua di Milano, la Titubanda di Roma e l’Ex-Snia Viscosa di Roma per aver organizzato la mitica “Osteria del Triglia”.

La BandaJorona ringrazia di cuore chi fa parte di questo progetto musicale (e non solo!), ovvero Stefano Corradi per aver condiviso il suo ingegno interpretativo, Giuliano Verganti per la sua carica umana, Bianca Giovannini e Davide Baldi per essere dei gran burloni.

BandaJorona sostiene la LILA Milano – Lega Italiana per la lotta contro l’Aids
Centralino informativo AIDS: 02 58103515